BLACK JACK 09 · ARCHIVIO STORICO
2011–2021QUANDO IL BLACK DIVENTÒ PIÙ GRANDE DELLA SQUADRA
Dieci anni di tornei, campi, giornali e persone. Da un progetto parallelo alla squadra nacque un mondo fatto di campionati, coppe, video, figurine e racconti. Fino a quando organizzare non fu più divertente.
DALLA SQUADRA AI TORNEI
In realtà, tutto era cominciato molto prima.
Nel 2002, quando aveva 22 anni, Giosè Monno aveva già provato a organizzare un torneo insieme a Giuseppe De Giosa e Giovanni Iannella. C'era persino un piccolo giornale settimanale, costruito con tono ironico per raccontare quello che succedeva sul campo. Fu un'esperienza intensa, ma anche faticosa e problematica. Monno decise di fermarsi.
Sette anni dopo, il 7 ottobre 2009, sarebbe nato il Black Jack.
All'inizio era semplicemente una squadra. Ma intorno a quella squadra cominciò presto a formarsi qualcosa di più. C'era anche una partita tra amici che si giocava abitualmente il venerdì e che andava avanti da anni. Da quel gruppo nacque un piccolo Torneo del Venerdì, appena quattro squadre, con un'organizzazione ancora quasi familiare: persino gli arbitri arrivavano dallo stesso giro di amici.
In quella stagione venne coinvolto anche Michele Salomone, che sarebbe diventato presidente onorario del Black Jack 09.
Era ancora lontano ciò che sarebbe successo dopo. Ma l'idea che una partita potesse essere qualcosa da organizzare, raccontare e trasformare in un appuntamento era già lì.
NON BASTAVA GIOCARE
Il vero passaggio arrivò nel 2011.
Fu un anno particolare, perché più storie cominciarono a camminare contemporaneamente. Il Black Jack continuava a essere una squadra e in quell'anno conquistò il suo secondo titolo, vincendo la Summer Cup. Nel frattempo Monno collaborava nella gestione delle competizioni affidategli da Stefano Bitetto e Maurizio De Giosa.
Ma nello stesso periodo, insieme a Simone Sifanno, decise di costruire qualcosa di proprio.
Nacque così la Serie A Green Park.
Non era la prosecuzione di un torneo già esistente né una competizione ereditata da altri. Era un progetto nuovo e autonomo, costruito parallelamente alle altre attività che Monno continuava a seguire.
La prima Serie A Green Park partì con dieci squadre: Genoa, Parma, Palermo, Roma, Chievo, Cesena, Lazio, Bari, Udinese e Catania.
A vincerla fu il Sassuolo di Michele Serafino. Quel gruppo, negli anni successivi, avrebbe assunto un altro nome destinato a diventare familiare nella storia dei tornei: Macedonia.
Il Black Jack non era più soltanto una squadra.
UN TORNEO DIVENTA UN MONDO
Fin dall'inizio, l'idea non fu semplicemente quella di mettere insieme delle squadre e farle giocare.
Le classifiche erano state inizialmente stampate e affisse al Green Park, mentre molte comunicazioni passavano ancora attraverso le email. Ma i social network stavano cambiando il modo di comunicare e Monno cominciò rapidamente a utilizzarli per costruire qualcosa che andasse oltre il risultato della partita.
Nacquero pagine grafiche ispirate al Televideo, articoli costruiti come quelli dei quotidiani sportivi, pagelle, pronostici, risultati, classifiche e perfino schedine in stile Totocalcio.
Il giornale della Winter Cup invitava direttamente le squadre a inviare i propri resoconti delle partite. Quei racconti venivano pubblicati e il giornale poteva essere trovato anche in versione cartacea al Green Park.
Parallelamente arrivarono i video. Interviste, radiocronache, doppi confronti ispirati a Le Iene, sorteggi di Coppa Italia ripresi dalle telecamere. Le partite venivano filmate e montate con grafiche che richiamavano le televisioni sportive.
Già nel 2011, la comunicazione dei tornei comprendeva format video ironici ispirati alla televisione. Nel format ispirato a “Striscia la Notizia” venne consegnato un “tapiro” a Micky Bitetto direttamente sul campo dopo una partita e venne realizzato anche un servizio con Emanuele Misceo in un locale. Un post del 5 aprile 2011 attribuiva esplicitamente video e montaggio a Giosè Monno e il ruolo di inviato a Simone Sifanno. Venivano realizzate anche interviste doppie sul modello de “Le Iene”: erano contenuti dei tornei Black Jack che riprendevano ironicamente quei format televisivi.
Carta, video e web non furono quindi fasi separate. Convivevano già dall'inizio.
Il torneo cominciava ad avere un linguaggio proprio.
E cresceva.
Nel 2012 accanto alla Serie A arrivò anche la Premier League. La Serie A 2012/13 sarebbe arrivata a comprendere 24 squadre divise in tre gironi da otto, mentre nello stesso universo convivevano altre competizioni, coppe e il Torneo del Venerdì.
Negli anni sarebbero esistite Serie A, Serie B, Premier League, Winter Cup, Summer Cup, Coppa Italia, Liga Europea, Torneo del Venerdì, Torneo dell'Estate e altre formule.
La crescita arrivò negli anni a numeri molto importanti. L'8 giugno 2018, nel post con cui salutava il Green Park dopo dieci anni, Giosè Monno ricordava di essere partito con appena quattro squadre e di averne gestite, nei periodi più floridi, fino a 35, definendolo il proprio record. I calendari e i documenti conservati nell'archivio raccontano quella crescita attraverso le numerose competizioni organizzate in quegli anni.
La United Cup rappresentò anche un'eccezione dal punto di vista arbitrale: alcune partite furono dirette da Simone Sifanno. Nelle altre competizioni l'organizzazione si affidò normalmente agli arbitri CSEN; ci fu poi una stagione con ASC durante il periodo all'Olimpic Center.
Per circa sette anni il Black Jack riuscì così a ritagliarsi un posto tra le realtà più importanti del calcio amatoriale barese. Non l'unica, né la sola protagonista di quel movimento, ma una delle organizzazioni più riconoscibili della città per numero di squadre, continuità e modo di raccontare i propri tornei.
NON BASTAVA NEMMENO IL TORNEO
A un certo punto non bastarono più neppure giornali, video e classifiche.
Arrivarono le figurine.
Non semplici immagini pubblicate online, ma vere figurine adesive dedicate ai calciatori, con fotografie, nomi, squadre e grafiche personalizzate. Esisteva un album fisico e veniva venduto.
Ogni giocatore poteva ritrovarsi trasformato, almeno per gioco, in uno dei protagonisti delle raccolte che da bambini si compravano in edicola.
Stefano Tataranni curava la parte grafica dei tornei, realizzando i loghi delle squadre, le locandine, le figurine dei calciatori e gli album delle figurine.
Nacque anche una Rappresentativa Green Park, formata da calciatori provenienti dalle diverse squadre dei tornei, impegnata in amichevoli estive.
Il confine tra un semplice torneo amatoriale e un piccolo mondo costruito intorno al calcio diventava sempre più sottile.
Nel 2013 venne realizzato il primo sorteggio video della Coppa Italia con Simone Sifanno. Nel 2014 il format venne riproposto con Davide Abrescia.
26 SETTEMBRE 2014: ELENA SCOLA
Il 26 settembre 2014 nei tornei Black Jack fece il suo esordio Elena Scola, arbitra che aveva già maturato esperienza nell'AIA e nel calcio dilettantistico.
Debuttò in Bari-Modena.
La sua presenza rappresentò una novità per il torneo. Scola conosceva bene anche le difficoltà di quel tipo di calcio e, parlando dell'esperienza, spiegò:
«Sono consapevole delle difficoltà. Il calcio amatoriale è meno protetto però è molto più stimolante».
Era il 2014. Nel calcio professionistico maschile italiano sarebbe stato necessario aspettare ancora diversi anni prima di vedere una donna arbitrare a quei livelli.
LE PARTITE FINIVANO. IL TORNEO CONTINUAVA.
Quello che accadeva dopo il fischio finale era diventato quasi importante quanto quello che succedeva durante la partita.
Con il tempo la comunicazione diventò sempre più strutturata.
Nel 2015 la produzione video aveva ormai assunto la forma di veri servizi di giornata. Le immagini delle partite venivano montate insieme alle interviste post-gara, con una sigla ispirata a Controcampo.
Giosè Monno gestiva la parte comunicativa e realizzava le interviste insieme a Davide Abrescia, mentre Stefano Tataranni curava riprese e montaggio e Simone Sifanno continuava a seguire la gestione delle situazioni sul campo.
Non erano più soltanto filmati delle partite. Il torneo aveva ormai un proprio racconto audiovisivo: immagini dal campo, commenti, interviste e protagonisti davanti al microfono. Negli stessi anni comparvero anche fondali con loghi e sponsor, trasformando il post-partita in una sorta di piccola zona mista.
E la carta non scomparve.
Nel 2016 il Corriere Black Jack veniva ancora stampato e distribuito al campo. Giosè Monno ne era responsabile, Davide Abrescia si occupava della parte giornalistica e Giuseppe Casamassima di Ego Mania della stampa e dell'impaginazione.
C'erano anche piccole storie che, anno dopo anno, diventavano parte della memoria del torneo.
Il 21 settembre 2013, Avellino-Juve Stabia terminò 0-0: era la prima partita senza reti nella storia delle competizioni Black Jack. Più di tre anni dopo, il 29 ottobre 2016, Benevento-Brescia finì ancora 0-0. Era soltanto la seconda volta.
In campo, in entrambe le occasioni, c'erano quattro giocatori: Saverio Traversa, Luca Tunzi, Simone Sifanno e Stefano Tataranni.
Anche questo era diventato il Black Jack: statistiche, coincidenze, ricordi e storie che continuavano oltre i novanta minuti — o, più precisamente, oltre il tempo previsto da una partita di calcio a sette.
LE SQUADRE CHE DIVENTARONO STORIE
In dieci anni passarono centinaia di giocatori e tantissime squadre. Alcune, però, finirono per diventare parte integrante della storia dei tornei.
Il Milan di Dario Boriglione, proprietario del Demodè Club, riuscì a conquistare due Champions consecutive.
Il Chievo di Tommy De Tullio realizzò una doppietta di trofei nella stessa stagione.
La Stella Rossa di Antonio Galletta conquistò campionato e Coppa Italia nella stessa annata e arrivò fino alla finale di Champions, sfiorando un tris che avrebbe reso quella stagione ancora più particolare.
Ma se esiste una squadra capace di attraversare quasi tutta questa storia è la Macedonia di Michele Serafino.
Il suo gruppo c'era già nella prima Serie A Green Park, quando giocava con il nome di Sassuolo e vinse il campionato. Negli anni sarebbe diventato Macedonia, avrebbe continuato a partecipare fino all'ultima fase dei tornei e avrebbe conquistato tre Champions in edizioni diverse.
Dal Sassuolo del 2011 alla Macedonia degli anni successivi, lo stesso gruppo accompagnò praticamente l'intera parabola dell'organizzazione.
Accanto alle squadre già raccontate, anche la Lazio di Lorenzo Lombardi, il Bari di Francesco Mazzeo e la Svezia contribuirono alla storia e alla continuità dei tornei.
UN TORNEO CHE CONSIGLIO A TUTTI
Il 27 marzo 2018 arrivò una testimonianza che, riletta oggi, racconta molto bene ciò che il Black Jack era diventato.
A scriverla pubblicamente fu Antonio Galletta, presidente della Stella Rossa.
La sua squadra arrivava da una partita contestata. Galletta era durissimo nei confronti di ciò che era accaduto sul campo, ma volle separare completamente quell'episodio dal giudizio sull'organizzazione.
Definì il lavoro di Monno «impeccabile», ricordò la sua disponibilità «tutti i giorni a tutte le ore» e descrisse quello del Black come «un ambiente sano e lontano dalle esasperazioni» che spesso accompagnavano quel tipo di tornei.
Parlò positivamente anche del Green Park.
E concluse:
«Sicuramente è un torneo che consiglio a tutti».
Quelle parole erano state scritte nel momento di una delusione sportiva, non dopo una vittoria. Per questo assumevano un significato particolare.
Era il marzo del 2018.
Pochi mesi dopo, quell'equilibrio avrebbe cominciato a rompersi.
QUANDO IL BLACK PERSE CASA
Per anni il Black Jack aveva avuto una casa: il Green Park di Gianni Caffaro.
Non era soltanto l'impianto nel quale si disputavano le partite. Era il luogo nel quale l'organizzazione era cresciuta, aveva costruito le proprie abitudini e aveva dato forma a tutto ciò che ruotava intorno ai tornei.
Finché il Black rimase al Green Park, Monno fu felice di organizzare.
Nel 2018 la chiusura del centro spezzò quell'equilibrio.
Sul web il Black continuava a vivere. Le partite continuavano, le competizioni venivano ancora raccontate e l'organizzazione non si fermò.
Ma il Black aveva perso casa.
Cominciò così un periodo di spostamenti. Prima la Coffit, poi, dopo pochi mesi, l'Olimpic Center. L'ultima parte della storia si sarebbe consumata praticamente alla Levante.
I tornei continuarono. Arrivarono ancora partite, coppe e vincitori.
Ma quella stabilità che aveva accompagnato gli anni del Green Park non tornò più.
Il 2018, più che l'inizio di una nuova fase, fu l'inizio della discesa.
UNA COPPA DEL MONDO
Tra le competizioni nate negli anni ci fu anche la World Cup, capace di costruirsi una propria storia.
Furono disputate cinque edizioni consecutive, dal 2014/15 al 2018/19.
La Svezia dominò le prime tre: due edizioni furono vinte dalla squadra di Fabio Sciacqua, una da quella di Nicola Rubini. Nel 2017/18 arrivò il successo della Francia di Mimmo Pappalepore.
La Coppa del Mondo utilizzata nelle premiazioni era quella originale del torneo, documentata già nella World Cup 2016, e continuò a essere utilizzata anche nelle edizioni successive.
La quinta edizione, quella del 2018/19, fu conquistata dalla Macedonia di Michele Serafino.
Anche in quell'ultima edizione venne utilizzata la grande riproduzione della Coppa del Mondo già presente nelle premiazioni precedenti.
Era un altro esempio di ciò che il Black aveva provato a fare per anni: prendere il calcio amatoriale e costruirgli intorno simboli, rituali e una memoria.
QUANDO NON ERA PIÙ DIVERTENTE
La perdita del Green Park non fu l'unico cambiamento.
Già nel 2017 Simone Sifanno aveva lasciato la presenza stabile nell'organizzazione, pur continuando a collaborare.
Con il passare del tempo, per Monno organizzare cominciò a essere diverso.
Telefonate e messaggi arrivavano continuamente. Sempre più spesso aveva la sensazione che non venisse rispettato neppure il suo tempo libero. Quello che per anni era stato soprattutto divertimento cominciava a essere percepito come un obbligo.
Anche la comunicazione iniziò lentamente a perdere qualcosa.
I giornali diminuirono. I video quasi scomparvero. Restavano il web, le partite, i risultati, le competizioni.
Ma Monno avrebbe descritto successivamente quella fase con un'espressione molto semplice:
stava facendo “il compitino”.
Il torneo continuava a esistere.
La voglia con cui era stato costruito, molto meno.
LO SCHIAFFO
Poche settimane prima che il Covid fermasse tutto, accadde un episodio che Monno avrebbe successivamente individuato come uno dei momenti decisivi della fine.
Durante una partita nacque una situazione di tensione. Nulla che sembrasse destinato a conseguenze particolarmente gravi, ma l'arbitro decise di non proseguire e fischiò la fine dell'incontro dopo appena dieci minuti del primo tempo.
Monno entrò in campo.
Parlò con i presenti, riuscì a calmare la situazione e convinse l'arbitro a riprendere la partita.
Sembrava finita.
Mentre si allontanava da centrocampo per permettere al gioco di ricominciare, uno dei partecipanti lo raggiunse e gli diede improvvisamente un violento schiaffo al volto.
Il colpo passò a pochi millimetri dal timpano.
La partita, a quel punto, terminò definitivamente.
Non ci furono altre conseguenze. Ma per Monno quell'episodio rappresentò qualcosa di più di una serata storta.
Fu l'inizio della fine.
DOPO IL COVID
Poco dopo arrivò la pandemia.
I campi si fermarono e con loro si fermarono anche i tornei.
Quando fu possibile ripartire, il Black Jack tornò ancora una volta a organizzare. Ma qualcosa si era ormai spezzato.
Monno non aveva più la stessa spinta. Non cercava più le squadre come aveva fatto per anni, non telefonava per riempire i campionati, non inseguiva più quel numero di partecipanti che in passato aveva contribuito a costruire.
Non fu soltanto il torneo a svuotarsi. Prima ancora, si era svuotata la voglia di Monno di riempirlo.
Nel 2021 si disputò un ultimo torneo con otto squadre.
L'ultima premiazione arrivò sotto un nubifragio: la Fiorentina conquistò l'Europa League battendo il Sassuolo ai rigori.
Nessuno, in quel momento, poteva sapere con certezza che sarebbe stata l'ultima.
Nel 2022 si provò ancora ad accendere la macchina. Alla nuova competizione aderirono praticamente soltanto due squadre.
Il torneo non partì mai.
Dopo dieci anni si chiudeva così un'epoca cominciata nel 2011 con dieci squadre e una Serie A costruita quasi per gioco.
Nel mezzo erano passati campionati, coppe, giornali, video, figurine, interviste, arbitri, siti, trasferimenti, centinaia di calciatori e persone che per una sera, una stagione o molti anni avevano fatto parte di quel mondo.
Il Black Jack era nato come una squadra.
Nel 2011 era diventato qualcosa di molto più grande della squadra.
Poi quel mondo si fermò.
La squadra, invece, un giorno sarebbe tornata.






























