di Giosè Monno
Ho davanti una vecchia pagina del 2011. La grafica è quella che è, la fotografia pure. Stefano ha quindici anni, i capelli da quindicenne e una maglia del Barcellona addosso. Sopra c'è un titolo enorme: «STEFANO, IL BLACK È UN SOGNO!».
Rileggerlo oggi fa sorridere. Non perché fosse una frase esagerata, ma perché quel ragazzino probabilmente non aveva la minima idea di quanto sarebbe durata quella storia.
Oggi Stefano Tataranni compie 30 anni. Fate due conti. Quando pronunciò quelle parole ne aveva quindici. Metà della sua vita. E questa, più di qualsiasi frase preparata per un compleanno, credo sia la misura esatta del rapporto tra Stefano e il Black Jack 09.
Nel 2011 il Black aveva appena due anni. Non c'era un sito ufficiale, non c'erano le maglie di oggi, gli sponsor di oggi e tutta la macchina che negli anni abbiamo costruito intorno a questa squadra. C'eravamo noi. E c'era questo ragazzino del 1996 che cominciava a girarci intorno.
Qualcuno voleva già buttarlo dentro. Io, rileggendo quell'articolo, facevo quello che probabilmente faccio ancora oggi: rompevo le scatole. Dicevo che era bravo, ma che bisognava lasciarlo crescere. Che era troppo giovane per certe responsabilità. Aveva quindici anni. Oggi ne ha trenta e, a pensarci bene, forse avevo ragione a frenare. Avevamo semplicemente quindici anni di tempo davanti.
La cosa che mi colpisce, però, è un'altra. In quella pagina Stefano dice una frase semplicissima: «Il Black ce l'ho nel cuore e per me sarebbe un sogno vestire quella maglia». All'epoca poteva sembrare semplicemente la frase di un ragazzino che voleva giocare con noi. Oggi sappiamo che non era soltanto quello.

In questi quindici anni Stefano non è stato sempre quello che vedete oggi in campo. Ha giocato, è stato lontano dal campo, ha realizzato grafiche quando fare una grafica per una squadra amatoriale significava perdere ore davanti a un computer per una cosa che il giorno dopo avrebbero visto in cinquanta. Ha vissuto riunioni, idee, discussioni, serate, tornei. È cresciuto lui ed è cresciuto il Black.
Sono cambiati i giocatori, le maglie, i campi. È cambiato il modo di comunicare. Sono cambiate soprattutto le nostre vite. A quindici anni hai tutto il tempo del mondo. A trenta cominci invece a voltarti e a renderti conto che un pezzo di quel tempo è già diventato storia. E in tantissime fotografie della storia di Stefano, da qualche parte, c'è il Black.
Non voglio trasformare questo articolo in una santificazione anticipata, anche perché Stefano mi prenderebbe per matto. In quindici anni abbiamo discusso, eccome se abbiamo discusso. Ci siamo trovati d'accordo cento volte e altre cento probabilmente no. Ci siamo incazzati. Ci siamo detti che una cosa era bellissima e cinque minuti dopo che faceva schifo. Ci siamo mandati a quel paese e poi siamo tornati a parlare del Black.
Ed è normale. Forse è proprio questo che rende vera una storia così lunga. Le persone che attraversano la tua vita per quindici anni non sono quelle con cui va sempre tutto bene. Sono quelle che rimangono anche dopo le discussioni, mentre nel frattempo sono cambiate loro e sei cambiato tu.
Stefano è rimasto.

Oggi Tataranni è una delle persone che lavorano dietro al Black Jack 09. Ma continua anche a mettersi gli scarpini. E questa cosa, vista da chi conserva ancora quella pagina del 2011, ha qualcosa di meravigliosamente assurdo. Perché il ragazzo che allora sognava di indossare quella maglia oggi contribuisce a decidere che cosa debba essere quella maglia. Non soltanto come deve apparire, ma che cosa deve rappresentare: la nostra storia, Bari, quello che siamo stati e quello che vorremmo essere domani.
E poi arriva la partita, Stefano lascia per qualche ora tutto il resto e torna semplicemente a essere quello che voleva essere a quindici anni: uno del Black.
La cosa più bella, però, è che quella pagina non l'avevamo scritta pensando a oggi. Nel 2011 non stavamo preparando il materiale per raccontare i trent'anni di Stefano Tataranni. Non potevamo sapere che un giorno avremmo avuto un sito ufficiale. Non potevamo sapere dove sarebbe arrivato il Black. E certamente non potevamo sapere che quindici anni dopo avremmo riaperto proprio quella pagina.
Stavamo semplicemente raccontando quello che succedeva. Un ragazzino voleva giocare nel Black. Fine.
Solo che oggi quella pagina significa qualcos'altro.
Tra «Il Black è un sogno» e la fotografia di Stefano che oggi alza le braccia con la maglia biancorossa addosso sono passati quindici anni. Lui ne aveva quindici, oggi ne ha trenta. E nel mezzo c'è praticamente metà della sua vita.
Non so dove saremo tra altri quindici anni. A quel punto Stefano ne avrà 45, io preferisco non fare il conto, e magari qualcuno di quelli che oggi guardiamo come ragazzini starà raccontando il Black al posto nostro. È il bello delle storie che durano: a un certo punto smetti anche di controllarle.
Una cosa, però, oggi possiamo dirla.
Quel quindicenne del 2011 il suo sogno lo ha realizzato. Forse persino in una maniera diversa da come se lo immaginava. Perché alla fine non si è limitato a indossare quella maglia.
È diventato uno di quelli che hanno contribuito a portarla avanti.
Buon compleanno, Stefano. Trent'anni. Quindici con quel sogno nel cuore.
E visto come sono andate le cose fino ad oggi, eviterei accuratamente di chiederti cosa sogni per i prossimi quindici.
Con te non si sa mai.
